Signore Oscuro - Lo Hobbit il film

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Scritto da Sauron il 17 settembre 2007


Albero e foglia

 "Sognare non sempre è vanità, non sempre invano vorremmo aver ragione di un dolore vero, che non si vuol desiderare pel suo peso; son senza grazia e resistenza e resa; e l'esistere del Male è certa offesa." Si presentano qui alcune fiabe di J.R.R. Tolkien, precedute da un saggio sulla fiaba. Accostare la saggistica e la narrativa di Tolkien non vuol dire giustapporre due settori della sua attività, ma offrire due profili diversi dello stesso scrittore. Lo scrittore ha un rapporto con il linguaggio dal quale esula ogni violenza, un rapporto che non consente nessuna artificiosa separazione fra contenuti e stile, ispirazione e applicazione, conscio e inconscio. Perciò la continuità fra il saggista e il narratore è assoluta, in Tolkien, come quella fra il saggista e il poeta in Eliot e in Auden. Sia nella critica che nel racconto di Tolkien si nota la stessa grande e tipica qualità: la serietà del mistico e del metafìsico è sempre mediata dall'umorismo, come è sempre filtrata dall'erudizione. Conoscitore massimo della letteratura anglosassone, alla quale introdusse generazioni di studenti oxoniani, Tolkien ha scritto, con "Il Signore degli Anelli", un'epopea secondo le regole del genere cavalleresco, "diventando", commenta Elémire Zolla, "il servitore appassionato delle forze stesse che aveva sentito pulsare nei versi di uomini morti da più di un millennio". Tutto ciò si ripresenta nell'ultimo racconto di questo libro: "Il ritorno di Beorhtnoth, figlio di Beorhthelm". "A chi sostiene che la sua opera è un'evasione dalla realtà," scrive ancora lo Zolla, "Tolkien replica, nel saggio "Sulla fiaba", che certo, una fiaba è un'evasione dal carcere e aggiunge: chi getta come un'accusa questa che dovrebbe essere una lode commette un errore forse insincero, accomunando la santa fuga del prigioniero con la diserzione del guerriero, dando per scontato che tutti dovrebbero militare a favore della propria degradazione a fenomeni sociali. Non si possono ignorare le realtà presenti, impellenti, inesorabili, dicono ancora i custodi della degradazione. Realtà transitorie, corregge Tolkien. Le fiabe parlano di cose permanenti; non di lampadine elettriche, ma di fulmini. Autore o amatore di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti. Esiste una fiaba suprema, che non è una sottocreazione, come altre, ma il compimento della Creazione, il cui rifiuto conduce alla furia o alla tristezza: la vicenda evangelica, in cui storia e leggenda si fondono."

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